Quando parliamo della Pinna nobilis non possiamo che riferirci al più grande bivalvo del Mediterraneo. La sua storia è tra le più antiche dell’ecosistema marino, alcuni pensano che risalga addirittura a 20 milioni di anni fa.
Eppure, in meno di cinque anni, quasi la totalità degli esemplari sono scomparsi dai nostri mari rendendo una storia così lunga solo un lontano ricordo.
Cosa sta succedendo ai Pinna nobilis? Quali sono le cause a cui dover attribuire questa preoccupante strage di massa che potrebbe in breve tempo diventare una vera e propria estinzione? Ma soprattutto, sono stati rinvenuti esemplari nell’ultimo periodo?
Cos’è la Pinna nobilis?

La conosciamo anche con l’appellativo di nacchera di mare e può vivere fino ai vent’anni di età circa. È conosciuta anche per le sue notevoli forme: infatti, può crescere fino a un metro e venti in lunghezza.
Preferisce i fondali sabbiosi ma generalmente si trova anche tra le foreste di Posidonia oceanica.
Essendo il bivalvo più grande del Mediterraneo, è impossibile non notarlo!
Una delle sue funzioni è quella di contrastare l’erosione dei fondali marini. Inoltre, anche la Pinna nobilis è un bivalvo attento ai bisogni della natura: infatti, come i suoi cugini, filtra le acque circostanti fungendo da vero e proprio depuratore naturale.
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Ma la Pinna nobilis è affascinante e unica anche per un’altra ragione: il bisso. Si tratta di una sostanza filamentosa capace di ancorare le valve del mollusco al fondale marino in posizione verticale.
È una fibra molto conosciuta, pensa che in Cina era utilizzata ancor prima dei bachi da seta.
La sua lavorazione, infatti, permette di ottenere un tessuto pregiato utilizzato in antichità per produrre guanti, mantelli e altri oggetti simili.
Perché è a rischio estinzione?

Il problema bisognerebbe attribuirlo principalmente alla pesca intensiva e all’ancoraggio, oltre che all’inquinamento che sta alterando i fondali marini.
Il paradosso sembrerebbe dimostrare che il declino della Pinna nobilis e altri suoi cugini bivalvi sia però maggiormente diffuso tra i mari più puliti.
Ma è dal 2016 che, a seguito di alcuni eventi molto strani e ancora poco chiari, il declino ha avuto tragicamente inizio.
Infatti, proprio in quell’anno le Isole Baleari vennero colpite da un’epidemia sconosciuta che fece morire le Pinna nobilis in massa.
A susseguirsi anche in Croazia, Grecia e Turchia sono stati molti gli eventi che hanno colpito questi bivalvi.
In tutti i casi, la mortalità presunta si aggira tra l’80% e il 100% degli esemplari e sono più di 300 mila in tutto ad essere scomparsi dal Mediterraneo in meno di cinque anni.
Ad oggi, la specie è dichiarata “criticamente minacciata” dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura.
Il patogeno che potrebbe aver attaccato Pinna nobilis, secondo alcuni esperti, è possibile che viva al suo interno da molto tempo. La causa dello squilibrio recente potrebbe dipendere dal cambiamento climatico che ha interessato il Mediterraneo.
Così, il rapporto di equilibrio tra specie ospite e parassita potrebbe essersi rotto improvvisamente e drasticamente proprio a causa dell’innalzamento di temperature e salinità che, al contempo, avrebbero aumentato l’aggressività del patogeno e diminuito la capacità di difesa del bivalvo.
Al tempo stesso, la natura ci ha riservato una grande sorpresa: scopriamola insieme.
La scoperta della Pinna Nobilis nel Mar di Taranto

Proprio poche settimane fa, sono stati rinvenuti nel fondale del Mar Piccolo di Taranto diversi esemplari vivi della Pinna Nobilis. A immortalare questa fantastica quanto notevole scoperta i volontari dell’associazione “Mare per Sempre” e gli operatori della Capitaneria di Porto. Una notizia che ha sorpreso tutti gli amanti e gli studiosi dei molluschi perché come abbiamo spiegato la specie è in pericolo di estinzione, classificata proprio così nella lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Questa è la testimonianza che la natura ci riserva sempre delle grandi sorprese ed è proprio dalla resilienza del Mare di Taranto che si infonde la speranza che questa specie possa trovare il proprio habitat naturale.